verruche

L’allergia al sole o fotoallergia è una risposta del sistema immunitario verso la luce del sole.

Tale disturbo si presenta solitamente con eruzioni cutanee e prurito. Esistono differenti tipi di allergia al sole: la forma maggiormente diffusa è la dermatite polimorfa solare.

 Che cos’è l’allergia al sole?

Tra le tipologie più comuni di allergia al sole rammentiamo:

- Dermatite polimorfa solare:

per quanto riguarda la sua diffusione, questa tipologia di allergia è il secondo disturbo che interessa la pelle provocato dal sole, subito dopo le ustioni solari. Le donne sono più colpite rispetto agli uomini e i sintomi generalmente si presentano per la prima volta in giovane età. L’esposizione graduale e continuata al sole in primavera ed estate può ridurre la sensibilità alla luce solare; le conseguenze di questo processo di desensibilizzazione perdurano frequentemente per tutta la stagione estiva, ma la sintomatologia si ripropone spesso la primavera seguente.

- Dermatite  polimorfa solare ereditaria:

è contraddistinta da sintomi generalmente più acuti rispetto a quelli della forma non ereditaria della malattia e che di solito si presentano più precocemente  nell’infanzia o nell’adolescenza.

 - Dermatite fotoallergica:

un tipo di allergia al sole causata dall’effetto della luce solare tramite l’interazione con una sostanza chimica o un medicinale assunti o applicati sulla pelle.

 - Orticaria solare:

si presenta con la comparsa dell’orticaria sulle zone esposte al sole. Non comune, interessa più di frequente donne giovani.

 

Quali sono le cause dell’allergia al sole?

Le cause che originano questo problema non sono ancora completamente note; il sistema immunitario interpreta alcuni elementi della pelle modificata dal sole come “estranei", percio’ il nostro organismo attiva le sue difese immunitarie per contrastarli. In certi casi l’allergia è scatenata da fattori esterni, come ad esempio l’assunzione di determinati medicinali o l’uso di certi prodotti chimici (creme o profumi) in grado di rendere la pelle maggiormente sensibile al sole; sembra che anche alcuni specifici tratti ereditari possono intervenire nel determinare la comparsa del disturbo.

Quali sono i sintomi dell’allergia al sole?

Gli effetti visibili sulla pelle colpita da allergia al sole possono essere diversi, a seconda del disturbo che la origina. I sintomi possono mostrarsi pochi minuti dopo l’esposizione, ma in certi casi possono manifestarsi anche dopo ore. Eccone alcuni:

  • rossore
  • prurito o dolore
  • presenza di vescicole o bolle
  • presenza di pomfi

Come prevenire l’allergia al sole

  • non prolungare l’esposizione al sole ed evitare le ore più calde;
  • non sottoporsi a “bagni di sole”, ossia l’esposizione senza preparazione.In numerose persone i sintomi si manifestano proprio per il motivo che l’esposizione al sole non è avvenuta in modo progressivo;incrementare gradualmente il tempo trascorso all’aria aperta,

            invece, consente alle cellule della pelle di adattarsi;

  • indossare, quando possibile, occhiali da sole;
  • non utilizzare la protezione solare di creme che contengono filtri chimici, dato che spesso sono questi ultimi che di solito inducono la fotosensibilità.

Diagnosi

Generalmente il medico può effettuare una diagnosi di allergia al sole con una visita dermatologica. Nei casi dubbi e con frequenti recidive lo specialista dermatologo può consigliare alcuni test quali:

  • Test di fotosensibilità;
  • Photopatch test.

 

Terapia

Il trattamento può variare in base al determinato tipo di allergia al sole di cui si è affetti.

Per i casi leggeri è sufficiente non esporsi al sole per alcuni giorni e applicare localmente emollienti e in alcuni casi cortisonici a bassa potenza.

Fototerapia: con l’arrivo delle prime giornate soleggiate, il medico può consigliare un’esposizione progressiva per alcune settimane, al fine di ridurre man mano la sensibilità ai raggi ultravioletti.

In altri casi, con sintomi rilevanti, può essere necessario ricorrere a medicinali per via sistemica come antistaminici e cortisonici.

 

Articolo a cura del

Prof. Maurizio Coppini

 

Disponibile per appuntamento:

mercoledì pomeriggio

 

verruche

La Pityriasis versicolor è un’infezione cutanea da Malassezia furfur, un fungo che può esistere sia come lievito che come muffa (un fungo detto dimorfico).

E’ un componente normalmente innocuo della normale flora cutanea ma in alcune persone può provocare le manifestazioni cliniche di una micosi. Quelle più colpite sono normalmente in buona salute.

I fattori predisponenti comprendono il caldo, l’umidità (più frequente quindi nei mesi estivi) e l’immunosoppressione dovuta a prolungate terapie con corticosteroidi, la denutrizione, il diabete o altre patologie. L’ipopigmentazione (chiazze bianche) della tinea versicolor è dovuta all’inibizione della tirosinasi causata dalla produzione di acido azelaico da parte della M.furfur.

 

Sintomatologia

La tinea versicolor è normalmente asintomatica. Classicamente provoca la comparsa di molteplici lesioni desquamate scure, marroni, color salmone, rosa o macchie bianche desquamanti localizzate sul tronco, collo, addome e più raramente sul viso. Le lesioni possono confluire.

Nei pazienti di pelle chiara la malattia viene spesso diagnosticata nei mesi estivi in quanto le lesioni non si scuriscono e diventano più evidenti rispetto alla cute abbronzata. La tinea versicolor  non è particolarmente contagiosa.

 

Diagnosi

La diagnosi di tinea versicolor si basa sull’aspetto clinico e nei casi dubbi sull’identificazione da parte del dermatologo delle ife e delle cellule germoglianti nei preparati a fresco trattati con idrossido di potassio su campioni prelevati con scarificazione cutanea. L’esame con la lampada (luce) di Wood evidenzia una fluorescenza dorata chiara.

 

Trattamento

Il trattamento della tinea versicolor si basa sull’impiego di farmaci antimicotici topici.

Tra questi, se si tratta di forme non particolarmente estese, sono molto efficaci gli azolici topici (ketoconazolo, miconazolo, econazolo, per citarne solo alcuni tra quelli reperibili nelle farmacie e parafarmacie). Meglio utilizzarli una o due volte al giorno mediamente per non meno di tre settimane.

Nei pazienti con malattia estesa e in caso di recidive frequenti, è consigliabile associare un antimicotico per via orale (itraconazolo e fluconazolo, tra quelli efficaci).

L’ipopigmentazione da tinea versicolor è reversibile in alcuni mesi. La recidiva è frequente dopo il trattamento anche a distanza di mesi o anni. Un’igiene accurata nonché le indicazioni e i consigli dati dal medico di famiglia o dal dermatologo possono ridurre il rischio di recidive.

 

 

Articolo a cura del

Prof. Maurizio Coppini

 

Disponibile per appuntamento:

mercoledì pomeriggio

 

tignadelcuoiocapellutoL’estate si avvicina e, se tutti seguiranno le opportune cautele legate alla pandemia da Covid 19, potremo finalmente goderci, per chi lo ama, qualche giorno di vacanza al mare.

Tutti ovviamente vorrebbero abbronzarsi più velocemente senza rischiare spiacevoli scottature o fastidiosi eritemi solari e naturalmente, chi non desidera mantenere a lungo il colorito?

 

Prima di cominciare...esfoliare, detergere e idratare!
Durante la stagione invernale la pelle è rimasta a lungo coperta ed è stata “stressata” dal freddo e, soprattutto se si vive in città,dai fattori inquinanti. Per prepararla al sole, la prima buona abitudine è dunque quella di rimuovere le impurità e favorire il turnover cellulare con un’esfoliazione. Per la pelle del viso, sicuramente più delicata e più esposta ai fattori esterni, è consigliabile un esfoliante specifico, più leggero. Per il corpo invece si può optare per uno scrub, scegliendo di applicarlo sulla pelle asciutta per un’azione più intensa o sulla pelle bagnata se si vuole intervenire più dolcemente. Esfoliata e detersa, l’epidermide necessita a questo punto di tanta idratazione e “nutrimento” per arrivare ben preparata all’incontro con il sole.

 

Integratori e alimentazione: l’aiuto in più
Anche l’alimentazione gioca un ruolo fondamentale: ci sono infatti cibi in grado di stimolare la sintesi della melanina e preparare la pelle all’abbronzatura. Sono gli alimenti ricchi di carotene, come carote, pomodori, albicocche, melone e verdure a foglia verde. Esistono anche integratori alimentari mirati, notoriamente non sostitutivi ovviamente di una corretta alimentazione, da assumere qualche settimana prima e durante l’esposizione solare, per cercare di garantirsi (non sempre in realtà con successo!) una abbronzatura più intensa e duratura.

 

Esposizione graduale e prodotti giusti
L’esposizione dovrà essere graduale, in particolare se si ha una carnagione chiara. E' inoltre importante avere sempre a disposizione una protezione solare e un doposole.

Ci sono anche prodotti studiati appositamente per preparare la pelle al sole e intensificare l’abbronzatura, grazie a ingredienti che favoriscono la produzione di melanina: dei veri acceleratori d’abbronzatura (assolutamente controindicati in età pediatrica e da utilizzare negli adulti che lo desiderano solo dopo avere fatto una “mappatura” dei nei dallo specialista). Con dei semplici accorgimenti, la pelle arriverà pronta all’appuntamento con il sole.

Naturalmente non va mai dimenticato di proteggersi sempre con il giusto fattore solare e, come abbiamo già detto, a fine giornata di idratare e nutrire l’epidermide con un adeguato doposole.

Nei bambini questi consigli (fotoprotezione in particolare) vanno osservati in modo scrupoloso essendo maggiormente a rischio, se non protetti, di andare incontro a danni da ultravioletti, come i noti e fastidiosi eritemi solari che possono causare eritema diffuso, prurito, bruciore e talvolta anche febbre.
Un’ultima considerazione da non scordare è quella di non esporsi al sole se si stanno assumendo farmaci considerati fotosensibili (il medico di famiglia o lo specialista vi potranno consigliare) e in particolare non vanno mai applicati sulla pelle, prima dell’esposizione, cosmetici o profumi che possono causare delle fotodermatiti fastidiose e spiacevoli anche da un punto di vista estetico.

 

Articolo a cura del

Prof. Maurizio Coppini

 

Disponibile per appuntamento:

mercoledì pomeriggio

 

verruche

La pandemia da COVID-19 ha portato molti cambiamenti nella vita delle persone, incluso , L’indossare quotidianamente una mascherina protettiva quando ci si trova in luoghi pubblici, soprattutto se il distanziamento sociale non è garantito. Quest’abitudine è d’indubbia utilità per aiutare a rallentare e prevenire la diffusione del virus, in associazione alle altre misure di sicurezza utili come la corretta igiene delle mani ed il già menzionato distanziamento sociale.
Recentemente è stato osservato che indossare le mascherine protettive nei confronti del nuovo Coronavirus potrebbe causare o esacerbare l’acne e altre problematiche della pelle. Si parla di Maskne, termine derivante dalla coniugazione dei termini Mask+Acne, ossia Acne da Mascherina.

Cosa si intende per Maskne?
E’ un termine coniato per indicare il verificarsi o l’aggravamento di una serie di problematiche della pelle in associazione all’utilizzo delle mascherine protettive.
In particolare è stata riscontrata la comparsa di rossore, prurito nelle zone coperte dal dispositivo e nelle persone predisposte,l’esacerbarsi di eruzioni acneiche. Per quanto riguarda le pelli reattive e sensibili, nei punti del viso dove è appoggiata la mascherina, invece, sono possibili irritazioni, rash cutanei e abrasioni di minima entità. La Maskne si localizza soprattutto su guance, mento, contorno labbra e naso.

Sintomi della Maskne
La Maskne si manifesta, in genere, dopo avere indossato per pochi giorni, in modo sufficientemente continuativo, la mascherina protettiva. L’acne da mascherina vera e propria comporta un peggioramento del disturbo: nelle zone del viso dove è appoggiata, si potrebbero notare irritazioni con prurito, punti neri, piccole cisti o arrossamenti lungo il contorno della mascherina sul viso o intorno alla bocca.
Va inoltre segnalato che nei soggetti predisposti, portare le mascherine (per quanto come già detto indispensabili) può comportare o favorire la comparsa di altre problematiche dermatologiche,come:
- Dermatite allergica da contatto;
- Dermatite irritativa da contatto sui punti di pressione ,come naso e orecchie;
- Dermatite seborroica;
- Rosacea;
Uno studio pubblicato sul Journal of American Academy of Dermatology ha evidenziato che coloro che usano per più di otto ore al giorno la mascherina, come nel caso degli operatori sanitari ma anche di altre categorie di lavoratori, manifestano comunemente:
- Gonfiore e dolore;
- Prurito;
- Pelle secca;
- Eritema;
- Desquamazione;
- Papule(foruncoli). Quali sono le cause della Maskne?
L’irritazione cutanea causata dalle mascherine è innescata da una serie di fattori che comprendono; - Attrito costante della mascherina contro il viso;
- Umidità che deriva dagli atti respiratori;
- Crescita eccessiva,come conseguenza,di batteri e/o lieviti.
In pratica il dispositivo di protezione copre buona parte del viso, impedendo alla pelle di “respirare” e sfregando nelle zone di contatto. L’occlusione permette al sebo di accumularsi e questo favorisce la comparsa della cosidetta acne da mascherina. Inoltre quando si parla e si respira con una mascherina posizionata sul viso, una buona quantità di umidità si accumula tra la bocca e gli strati protettivi del dispositivo. Il calore e l’umidità concentrati intorno alla bocca possono alterare il ph della pelle e rendere più inclini a tre problemi principali:
- Follicolite: infiammazione dei follicoli piliferi;
- Cheilite angolare: si presenta con persistenti labbra screpolate e commessure labiali secche ;
- Dermatite periorale: si presenta come un’eruzione eritematosa intorno alla bocca, accompagnata talvolta da papule, microcisti e pelle secca.
In conclusione si può dire che prevenire o curare la Maskne e gli altri problemi dermatologici sopra citati è possibile; basta seguire degli accorgimenti per la cura della pelle del viso, da attuare prima e dopo avere indossato la mascherina. Consultandosi se necessario con il farmacista, il medico di famiglia e in caso di disturbi rilevanti,con il dermatologo.

 

Articolo a cura del

Prof. Maurizio Coppini

 

Disponibile per appuntamento:

mercoledì pomeriggio

 

verruche

L’orticaria è una manifestazione cutanea frequente (0.5-1% della popolazione adulta), caratterizzata da pomfi pruriginosi associati o meno ad angioedema più o meno generalizzato (gonfiore) e con forte impatto sulla qualità della vita dei pazienti.
L’orticaria acuta ha una durata inferiore a 6 settimane, mentre l’orticaria cronica ha durata maggiore di 6 settimane.
La forma più difficile da diagnosticare e da trattare è l’orticaria cronica spontanea (CSU) a sua volta divisa in due entità 1) autoimmune (ovvero causata dall’attivazione della degranulazione dei mastociti tissutali e/o dei basofili circolanti da parte di autoanticorpi IgG e 2) da cause sconosciute.
La diagnosi di CSU consiste nell’esclusione delle cause conosciute in base ad anamnesi, esame obiettivo, test allergologici, esami ematochimici e test di provocazione cutanea.
Per la diagnosi di CSU autoimmune e dunque la dimostrazione della presenza di autoanticorpi, sono necessari test specifici che lo specialista dermatologo saprà consigliare.

 

Terapia dell’orticaria cronica
Le linee guida per il trattamento dell’orticaria cronica, sempre molto fastidiosa per il paziente per il prurito spesso rilevante e la comparsa di edema (gonfiore) in varie parte del corpo e in particolare frequentemente anche del viso, raccomandano l’utilizzo degli antistaminici definiti H1 a minore effetto sedativo e a dosaggio standard, come terapia di prima linea. Nei pazienti che dopo due settimane di trattamento antistaminico non rispondono adeguatamente alle dosi standard, il dosaggio dovrebbe essere aumentato fino a un massimo di quattro volte; nonostante ciò, nella pratica clinica raramente si arriva a tali dosaggi, a causa degli importanti effetti collaterali che influenzano negativamente la qualità della vita del paziente.
In caso di mancata risposta agli antistaminici ad alto dosaggio, si può aggiungere un farmaco di prescrizione specialistica, il Montelukast.
I corticosteroidi sono indicati solo in caso di accese riacutizzazioni e preferibilmente per un periodo massimo di 10 giorni, a causa di potenziali effetti avversi associati al trattamento a lungo termine (diabete mellito, ipertensione, osteoporosi, aumento di peso).
Se infine i sintomi si ripresentano subito dopo lo scalare del dosaggio del corticosteroide orale e se per essere controllati richiedono una somministrazione continua, come opzione successiva dovrebbe essere considerato il farmaco biologico Omalizumab, che da alcuni mesi può essere somministrato anche in Italia e che costituisce una possibilità terapeutica senza gravi effetti collaterali e di comprovata efficacia. Prescrivibile solo a livello ospedaliero.

 

Articolo a cura del

Prof. Maurizio Coppini

 

Disponibile per appuntamento:

mercoledì pomeriggio

 

tignadelcuoiocapellutoIl piede d’atleta (o Tinea Pedis) è una micosi causata da funghi dermatofiti (Trichophyton o anche da altri tipi di funghi) che si localizzano inizialmente tra le dita dei piedi.

 

Epidemiologia

E’ frequente soprattutto d’estate, quando il caldo favorisce la macerazione della pelle, rendendola indifesa dagli attacchi. Il contagio avviene per contatto con il terreno (tipicamente in piscina o in luoghi umidi), utilizzando calzature o ciabatte usate da altri oppure in soggetti che usano scarpe di gomma o impermeabili (ad esempio anche scarpe, per quanto obbligatorie, anti infortunistiche) e in quelle persone che presentano iperidrosi plantare.

 

Eziologia

Come già detto, a causare la Tinea Pedis sono miceti. i quali si sviluppano in ambienti umidi; si possono contrarre in luoghi pubblici come piscine e spogliatoi, o in certe categorie di lavoratori che fanno uso di particolari tipi di scarpe. Naturalmente la stagione estiva rappresenta il periodo di maggiore accentuazione di questa fastidiosa patologia.

 

Clinica

L’infezione causa alcuni disturbi (inizialmente può essere asintomatica) e difficoltà a calzare le scarpe e può estendersi alle unghie, che appaiono talvolta ispessite. Spesso può essere colpito solo un piede. Esistono tre forme:

  • intertriginosa: si sviluppa una macerazione interdigitale pruriginosa con possibile sovra infezione da batteri Gram risultando in tal caso spesso maleodorante.
  • ipercheratosica: a “mocassino”,con eritema, ipercheratosi e desquamazione.
  • infiammatoria o disidrosiforme: si osservano lesioni vescicolose o bollose della regione mediale della pianta del piede.

 

Si ricorda tra l’altro che:

  • il paziente ha prurito, o sensazione di bruciore o di tensione tra le dita della pianta del piede;
  • la cute tra il terzo e il quarto spazio fra le dita del piede incomincia ad arrossarsi, a desquamarsi e a fessurarsi e diventa umida;
  • in genere la pelle desquamata può apparire rossa brillante a causa dell’infiammazione;
  • possono comparire piccole vescicole ed inoltre abrasioni con essudato purulento e piccole ragadi.

 

Prevenzione e trattamento

La prevenzione è fondamentale: è bene tenere i piedi freschi e asciutti e non camminare senza scarpe, nemmeno in casa.

Si raccomandano quindi scarpe che permettano la traspirazione (a parte quelle categorie di lavoratori che per legge devono utilizzare particolari tipi di scarpe), calze di cotone (che possono essere lavate ad alte temperature per eliminare batteri e funghi) e l’uso di ciabatte e di asciugamani personali in piscina, spogliatoi.

E’ inoltre importante asciugare sempre bene i piedi, soprattutto negli spazi interdigitali.

Si tratta di una infezione che non può guarire da sola. Il più delle volte, comunque, è sufficiente un prodotto reperibile in farmacia.

La terapia prevede l’uso di creme antifungine, ma più efficace è un intervento sistemico che porta alla guarigione nella maggior parte dei casi con un trattamento medio di tre settimane. La terapia sistemica evita il prolungamento delle cure necessarie con i rimedi topici. E’ consigliabile proseguire con il trattamento ancora per almeno una settimana dopo la scomparsa delle lesioni e dei sintomi.

 

Articolo a cura del

Prof. Maurizio Coppini

 

Disponibile per appuntamento:

mercoledì pomeriggio

 

rosacea

La rosacea è una patologia infiammatoria cronica della cute che interessa prevalentemente le guance, il naso, le palpebre, il mento e la fronte ed è caratterizzata da ricorrenti episodi di rossore, inizialmente transitorio e fugace (detto flushing) che con il tempo può divenire persistente (eritema permanente), da teleangectasie (i capillari rossi sono ben visibili) e dalla possibile comparsa di lesioni infiammatorie (papule/pustule).
Insorge più frequentemente tra i 30 e i 50 anni, anche se potenzialmente può riguardare tutte le fasce d’età e le donne sembrano esserne affette maggiormente rispetto agli uomini.
Chi ne soffre deve fare i conti non solo con questo rossore “antiestetico” ma anche se pur più raramente con alterazioni agli occhi (fotosensibilità,congiuntivite) a cui si possono associare sensazione di calore, bruciore o prurito (di intensità variabile) in corrispondenza delle aree affette.

 

CAUSE
Le cause non sono state ancora completamente chiarite. Vi è l’evidenza di una componente genetica (ipotizzata per la ricorrenza della rosacea talvolta in più membri della stessa famiglia), come pure di alterazioni del sistema vascolare, nonché di modificazioni dell’immunità.

 

DIAGNOSI
Una diagnosi corretta e precoce, in una malattia complessa e multifattoriale come la rosacea è di fondamentale importanza e si base sull’esame fisico del paziente , sulla raccolta della storia clinica e sull’esclusione di altre patologie che presentano un quadro sintomatologico simile.
La classificazione tradizionale comprende quattro sottotipi di rosacea (eritemato-teleangectasica, papulo-pustolosa, un terzo sottotipo caratterizzato anche da interessamento oculare e una forma più comune nell’uomo caratterizzata da rinofima). Tale suddivisione in quattro varianti, tuttavia, presenta dei limiti, in quanto nella pratica clinica i sottotipi spesso tendono a sovrapporsi, rendendo talvolta complessa la gestione terapeutica.

 

TERAPIA
I trattamenti devono essere rivolti a ottenere il più alto grado di risoluzione clinica delle manifestazioni ma anche a migliorare la qualità della vita della persona affetta.
Normalmente si fa sempre più ricorso alla terapia combinata, ovvero all’associazione di farmaci per via orale, di agenti topici e di terapie fisiche.

 

Terapie sistemiche
Un farmaco per uso sistemico utilizzato da tantissimi anni per il trattamento delle lesioni infiammatorie della rosacea (papule/pustole) è la doxiciclina, un antibiotico che ha dimostrato avere un buon effetto terapeutico in questo tipo di rosacea.
Un altro farmaco è l’isotretinoina riservata rigorosamente solo a casi selezionati che non hanno risposto alla doxiciclina, sotto il diretto controllo dello specialista.

 

Terapie topiche
Tra queste troviamo la brimonidina (indicata per cura dell’eritema persistente), l’invermectina e il metronidazolo, le più note, ma numerosi altri prodotti anche di tipo cosmetologico, possono essere applicati localmente su consiglio dello specialista dermatologo, facendo particolare attenzione alla particolare sensibilità delle pelle nelle persone affette da rosacea.

 

Terapie fisiche
Sono indicate per il trattamento delle teleangectasie e comprendono vari tipi di laser.

 

Eliminare fattori scatenanti e aggravanti
Una corretta gestione terapeutica della rosacea non può prescindere dalla eliminazione o limitazione dei noti fattori scatenanti e/o aggravanti, in particolare quelli che possono indurre l’insorgenza del flushing.
Ecco i principali:
- raggi UV (del sole e delle lampade abbronzanti)
- bagno con acqua troppo calda/fredda e sauna o bagno turco
- forti sbalzi di temperatura
- stress e ansia
- cibi molto piccanti
- alcolici
- alcuni farmaci per uso topico o sistemico considerati fotosensibili
- cosmetici contenenti sostanze “irritanti”

 

Cura della pelle
Una cura appropriata della pelle è infine parte integrante della gestione terapeutica della rosacea, in quanto contribuisce a migliorarne i sintomi e ad alleviare le manifestazioni “ secondarie” della malattia (sensazione di bruciore e secchezza cutanea); come naturalmente una corretta alimentazione.

 

Articolo a cura del

Prof. Maurizio Coppini

 

Disponibile per appuntamento:

mercoledì pomeriggio

 

fotoarticolodermafoto

MICOSI CUTANEE ESTIVE
Le micosi cutanee sono infezioni causate da funghi patogeni detti miceti, gruppi di microrganismi che possono provocare anche malattie dell’epidermide e questo particolare tipo di infezioni fungine trova nell’estate il periodo più fertile. Questo perché funghi e batteri proliferano negli ambienti umidi e molto frequentati, come piscine, palestre e docce pubbliche e l’infezione si può contrarre, se non si utilizzano opportune cautele, anche per un semplice contatto della pelle, in particolare modo in estate perché più scoperta. Non a caso le micosi sono statisticamente considerate tra i 5 disturbi più frequenti durante i mesi estivi.

 

Le micosi piu comuni in estate

A seconda della zona colpita, possiamo distinguerne alcune forme tra quelle maggiormente diffuse in questo periodo:
Onicomicosi: sebbene non riguardi la pelle ma le unghie di mani e piedi, dobbiamo prestarvi ugualmente attenzione per l’alto rischio di trasmissione o di peggioramento se già in atto, durante i mesi estivi. La superficie colpita appare talvolta scura, macchiata, ispessita, opaca e frastagliata; anche se sono molti e differenti gli aspetti che può assumere un unghia interessata da una micosi.
Tinea pedis (piede d’atleta): appare tra le dita dei piedi, causando prurito, rossore, screpolature, desquamazione e cattivo odore per la frequente sovra infezione batterica.
Pitiriasi versicolor: prevalentemente localizzata al tronco e collo si presenta con chiazze di vario tipo; esiste una variante detta acromica caratterizzata da macchie bianche e una a chiazze color caffelatte, lievemente pigmentate.
Micosi delle pieghe inguinali (epidermofizia inguinale): provoca un arrossamento della piega inguinale che se non trattato si estende in senso centrifugo fino all’interno della coscia, arrivando a volte a coinvolgere anche una parte dei glutei e dell’addome. Un quadro similare si osserva talvolta nella donna in sede sotto mammaria.

 

LA PREVENZIONE
Per prevenire il rischio di contrarre nei mesi estivi delle micosi, che seppur non siano infezioni pericolose sono sgradevoli e non sempre facili da trattare (in specie le onicomicosi), bisognerà adottare alcuni semplici accorgimenti:

Igiene personale:
Considerato che in estate si tende a sudare molto, in particolare nelle città con più alto tasso di umidità, è opportuno mantenere la pelle, per quanto possibile relativamente alle abitudini di vita ed eventualmente lavorative, sempre fresca e pulita.
Abbigliamento:
Utilizzare se possibile abiti e scarpe traspiranti, sia durante lo sport sia svolgendo le normali attività quotidiane, per mantenere la pelle il più possibile asciutta dal sudore, un fattore che può favorire se in eccesso la formazione di micosi.

Al mare o in piscina:
Indossare sempre ciabatte, non camminare se possibile a piedi nudi. Fare una doccia dopo il bagno in mare o in piscina. Non scambiarsi asciugamani e non usare accappatoi altrui. Si tratta di semplici consigli, verosimilmente già noti alla maggioranza delle persone, che non sempre vengono seguiti con attenzione e regolarmente. COME TRATTARE LE MICOSI?
In caso si contraesse questo tipo di infezione è opportuno consultare il medico di famiglia e/o lo specialista dermatologo che stabilirà la natura della micosi e potrà, secondo le esigenze, prescrivere trattamenti antimicotici a livello topico o orale.
Gli antimicotici principali e più usati sono a base di derivati azolici e sono disponibili in formulazioni diverse a seconda della zona da trattare: dalle polveri, alle creme; vi sono inoltre formulazioni in schiuma e in latte molto gradite da un punto di vista cosmetologico.
In alcuni casi, particolarmente gravi come estensione e durata, il medico di famiglia o il dermatologo potrà decidere di prescrivere un farmaco antimicotico da assumere per via orale insieme a quello per uso topico.

 

Articolo a cura del

Prof. Maurizio Coppini

 

Disponibile per appuntamento:

mercoledì pomeriggio

 

verrucheVerruca è una parola latina che significa escrescenza. Le verruche, in effetti, sono piccole protuberanze cutanee, talvolta dolenti, dalle sfumature giallo-grigiastre e dalla forma semisferica. Colpiscono, anche se non sempre, soprattutto in giovane età, localizzandosi preferibilmente sul dorso delle mani, alla pianta dei piedi e nel contorno ungueale; ma anche il volto, il tronco e gli arti possono essere interessati.

Sono sostenute da un’infezione virale (papilloma virus) che spesso si trasmette attraverso l’uso promiscuo di ambienti pubblici, in special modo frequentando docce, piscine e campi sportivi aperti alla comunità, senza ovviamente utilizzare opportune cautele.

 

CAUSE
Il periodo di incubazione del papilloma virus (se ne conoscono fino a 150 tipi diversi, solo alcuni di questi causano la comparsa delle verruche) varia dai due ai nove mesi.

Fra i principali fattori di rischio che possono provocare e favorire la loro insorgenza, ritroviamo:

  • indebolimento delle difese immunitarie;
  • fattori genetici;
  • lesioni cutanee (sono la principale porta d’ingresso del virus; per questo motivo le verruche si localizzano più frequentemente a livello di zone soggetto a traumi);
  • uso promiscuo di asciugamani, accappatoi, ciabatte (verruche plantari) e di oggetti per la cura delle unghie (verruche localizzate lungo il margine ungueale);
  • eccesso di umidità (utilizzo di calze o scarpe bagnate);
  • calzature e calze inadeguate (fabbricate con materiali sintetici non traspiranti);
  • camminare scalzi negli spogliatoi o nei bagni pubblici nei centri sportivi.

 

TRASMISSIONE
Le verruche possono comparire a qualsiasi età ma interessano elettivamente i bambini specie in età scolare ed adolescenti. La trasmissione è interumana ed avviene prevalentemente come già detto in luoghi molto frequentati, come docce, saune di palestre (per gli adulti) e piscine. In queste sedi il clima caldo umido favorisce la sopravvivenza del virus che, beneficiando della macerazione cutanea indotta dall’acqua, può attecchire con una certa facilità. Frequente è anche il contagio diretto. La trasmissione è comune tanto nell’uomo quanto nella donna e può avvenire anche per autoinoculazione, cioè attraverso il passaggio del virus dalla sede di infezione ad un’altra zona del corpo nella stessa persona.

 

CLASSIFICAZIONE
Le verruche cutanee vengono classificate in funzione delle loro caratteristiche istologiche e morfologiche e in particolare a seconda delle zone in cui si manifestano.

Possiamo quindi distingure i seguenti tipi :

  • verruche volgari o comuni: si osservano con maggiore frequenza a livello del dorso delle mani e delle dita, alle gambe, talvolta al tronco;
  • verruche piane: si presentano di solito al volto o al dorso delle mani, in specie in giovani pazienti; tuttavia possono manifestarsi anche a livello delle ginocchia e delle braccia;
  • verruche plantari profonde; queste si manifestano a livello della pianta dei piedi, ma in alcuni casi possono estendersi anche alle caviglie. Si caratterizzano per essere particolarmente fastidiose e dolorose, a causa della continua pressione che si esercita su di esse quando si sta in piedi o quando si cammina;
  • verruche periungueali: compaiono ai margini del letto ungueale;
  • verruche filiformi: come si può intuire dal loro stesso nome, queste verruche assumono una forma allungata. Si riscontrano per lo più intorno alla bocca, al naso e agli occhi; spesso il loro colore è uguale a quello della pelle;
  • verruche a mosaico: si localizzano generalmente sotto le dita dei piedi, ma in alcuni casi possono diffondersi anche all’intera pianta.

 

TERAPIA
Le verruche possono essere inizialmente trattate con soluzioni o creme a base di acido salicilico e acido lattico a differenti concentrazioni, sostanze dotate di un’azione cheratolitica, in grado se applicate per varie settimane di eliminarle. In caso di fallimento ma più frequentemente come prima linea, si preferisce utilizzare la crioterapia con azoto liquido, spruzzato direttamente sulla verruca o applicato tramite un piccolo tampone. Il trattamento, che deve essere eseguito dallo specialista, può essere doloroso, anche se in molti casi il paziente avverte soltanto un lieve bruciore. Occorrono spesso numerose applicazioni e la terapia dovrebbe essere ripetuta dopo due, massimo tre settimane.
Efficace, se non vi è risposta alla crioterapia o in presenza di lesioni molto estese, la laserterapia. Anche in questo caso la cura delle verruche può risultare dolorosa e qualche volta non sono da escludersi esiti cicatriziali, più frequenti rispetto alla crioterapia.
Meno frequentemente, rispetto alla crioterapia, viene utilizzata la diatermocoagulazione e raramente l’asportazione chirurgica.
Va infine precisato che la scelta terapeutica si differenzia in base al tipo di verruca,alla sua posizione, alla profondità, al numero e all’estensione dell’area cutanea colpita.

 

 

Articolo a cura del

Prof. Maurizio Coppini

 

Disponibile per appuntamento:

mercoledì pomeriggio

 

verruche

La Pitiriasi rosea descritta per la prima volta nel 1860 dal Dermatologo Camille-Melchior Gibert e chiamata inizialmente roseola anulata, è una malattia benigna della pelle che si manifesta improvvisamente ed è caratterizzata dalla comparsa di una chiazza rossastra e squamosa, di forma ovale e di diametro pari a 1-3 cm, chiamata chiazza madre o medaglione di Gibert.

Dopo pochi giorni, la chiazza madre è seguita dalla comparsa di altre macchie simili, ma più piccole, che assumono una caratteristica disposizione “ad albero di Natale”. Queste si possono localizzare sul torace, dorso, addome, collo, parte superiore degli arti, più raramente quelli inferiori; il viso di solito non è interessato.
La Pitiriasi rosea è una malattia solitamente priva di sintomi e soltanto in rari casi può dare prurito.

A differenza di altre malattie esantematiche non è contagiosa.

Colpisce più frequentemente bambini e giovani adulti di età compresa tra i 10 e i 35 anni e si manifesta più comunemente in primavera e in autunno.

La Pitiriasi rosea guarisce spontaneamente mediamente entro 30-60 giorni dall’esordio senza alcun trattamento. Non si può prevenire e a volte (anche se raramente) può ripresentarsi (recidivare) anche a distanza di molti anni, ma in forma molto lieve.

 

Cause

Non sono ancora note le cause della pitiriasi rosea, ma studi degli ultimi anni suggeriscono che la riattivazione di alcuni ceppi di herpes virus, in particolare l’herpes virus 6, possa contribuire al suo sviluppo. Negli adulti, anche stati di affaticamento psico-fisico possono essere considerati fattori scatenanti.

 

Diagnosi
La diagnosi di Pitiriasi rosea può essere effettuata dal medico di famiglia o dallo specialista Dermatologo tramite l’osservazione delle macchie. Tuttavia, la chiazza madre può avere un aspetto simile a quello che si osserva in alcune infezioni cutanee da funghi come la Tinea corporis (comunemente detta “tigna”), oppure nell’Eczema nummulare (una forma particolare di dermatite) o in malattie come la Psoriasi. Nel 20% circa dei casi si possono inoltre manifestare forme atipiche che possono rendere meno semplice la diagnosi.

 

Terapia
La Pitiriasi rosea normalmente non richiede alcun trattamento farmacologico essendo una malattia che non causa disturbi importanti e guarisce, come abbiamo già detto, spontaneamente. Nelle forme pruriginose (si parla in questi casi di eczematizzazione secondaria al grattamento o all’uso improprio di farmaci locali non idonei) in specie nei bambini, può rendersi necessario l’utilizzo di creme emollienti, raramente steroidi topici e talvolta antistaminici per os.

 

Articolo a cura del

Prof. Maurizio Coppini

 

Disponibile per appuntamento:

mercoledì pomeriggio

 

Poliambulatorio Castello © 2021